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giovedì 18 maggio 2006

Khunjerab Pass: dall'alto delle nuvole, sotto le cime

A partire dalla valle di Hunza, nel nord del Pakistan, la Karakorum Highway si solleva in modo deciso verso il cielo. Rampe di violento dislivello fanno guadagnare vertiginosamente altezza. Dai 3.000 metri della valle ai 4.700 del Khunjerab Pass, non dà tempo di ambientarsi. Compare il mal di altezza.

Nomade.- Sapevo che non ci sarebbe stato tempo di adattarsi all’altezza, a causa della rapidità con cui si sale e si passa la barriera dei 3.500 metri di altezza, limite dove il temuto male inizia a colpire.

Per ciò, inizio a questa altezza l’ultima tappa della KKH con abbondante acqua per idratarmi; con albicocche e ciliegie del giardino di Hunza e aspirine per ridurre il più possibile gli effetti dell’altezza che stiamo raggiungendo.

© Nomade
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L’ultima tappa della KKH è la più ripida e spoglia di questa strada, dato che è la zona più profonda e remota della cordigliera del Karakorum, il cuore dell’imponente cicatrice prodotta dalla pressione che esercita il subcontinente indiano sull’Asia.

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Petroglifi nella valle di Hunza.

Al margine del cammino, continuano a vedersi petroglifi millenari, disegnati da uomini che rappresentavano le loro gesta di caccia o gli dei che temevano.

3.500 metri. Iniziano a apparire i primi sintomi del mal di altezza: mal di testa e di occhi, stanchezza e nausea. È giusto prendere aspirine e continuare a bere molta acqua.

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Circolando a altezze superiori al Teide, non mi lascio stupire dai paesaggi che contemplo attraverso il finestrino. Il piccolo pullman con motore russo che mi trasporta continua a salire lentamente tra curve e frane.

Di tanto in tanto, accanto al fiume, si vedono piccoli accampamenti di cercatori di oro, e mi domando che quantità del prezioso metallo bisogna estrarre dai quei ciottoli affinché valga la pena vivere in quelle condizioni…

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4.000 metri. Su un paesaggio monotono, molto simile al profilo di un’enorme sierra, qualcosa si muove: sono gli Ibex dell’Himalaya, cervidi che abitano soltanto a questa altezza nella quale nulla sopravvive. Un animale che abbiamo visto rappresentato in un gran numero di petroglifi lungo la Via della Seta.

Bisogna stare molto attenti per distinguerli; la lontananza e il colore della sua pelle si confondono con il terreno. Nonostante porti uno zoom stabilizzato di 450 millimetri, ho problemi per visualizzarli. Qui, le distanze ingannano e il freddo e il vento fanno tremare la fotocamera del più allenato fotografo.

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4.500 metri. Le bianche cime lo circondano tutto. Il vento gelido e l’assenza totale di suoni ci avvertono che siamo entrati nel regno del leopardo delle nevi, un animale mitico in via di estinzione; il cacciatore più solitario del pianeta e forse l’unico essere vivente che ha visto lo Yeti.

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Un felino quasi fantasmatico che è stato captato una volta dalle fotocamere di una spedizione "Sul filo dell’impossibile", dopo settimane di intensa ricerca in questo territorio inospitale di gelo, vento e solitudine. Disgraziatamente, i furtivi cinesi non si fermeranno fino a quando li stermineranno, privando così l’umanità di questo gioiello unico della natura, il signore delle cime.

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4.700 metri. All’improvviso, il paesaggio si apre e entriamo in una pianura. Siamo arrivati al Khunjerab Pass! A sinistra, l’enorme lingua del ghiacciaio arriva fino allo stesso margine della strada. Due pietre miliari indicano la frontiera. Ad ogni lato, i rispettivi posti di confine con militari la controllano.

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Nel lato pakistano, un’enorme lastra ricorda al viaggiatore l’eroica impresa che suppose la costruzione della Karakorum Highway. La leggenda comincia così:

"Questa è la storia di quelle anime audaci che sfidarono il gelido freddo, la mancanza di ossigeno e il tempo diabolico per portare a termine un miracolo chiamato Karakorum Highway."

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Il Khunjerab Pass era una landa di pietra e di ghiaccio quando la prima pala del 101 Battaglione di Costruzione di Cammini si conficcò l’8 luglio del 1966. 1.500 ufficiali e uomini furono mobilitati per incominciare la costruzione di un cammino dalla cima del Khunjerab, in direzione verso l’interno del Pakistan, seguendo il letto del fiume chiamato anche Khunjerab.

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La Cina, nella stessa data e dallo stesso punto, iniziava la costruzione del tratto che avrebbe unito la KKH con la città di Kashgar, il cuore della Via della Seta, un tragitto diverso, ma anche molto duro attraverso la meseta del Pamir e del Taklamakan, uno dei deserti più pericolosi del pianeta.

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Khunjerab nelle montagne del Passo.

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Data l’estrema povertà dell’esercito pakistano, i suoi uomini indossavano l’uniforme cinese, senza nessun tipo di distintivi né galloni, per cui risultava molto difficile distinguere ai comandi.

Molti di quegli uomini non poterono sopportare le terribili condizioni meteorologiche, il letale vento e la mancanza di ossigeno di quelle altezze che fa sì che qualsiasi piccolo sforzo si trasformi in un penoso lavoro.

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Le temperature che, tranne nei mesi di luglio e agosto, cadono giù durante la notte a meno di 30 gradi e la scarsità di ossigeno a quella altezza, misero a prova la resistenza di uomini e di macchine.

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Rifugi per gli uomini, a scarsi metri dalla lingua di un ghiacciaio.

Soldati di origine khunjerab, contadini, uomini delle montagne e deserti che per mesi vivevano in condizioni estremamente spartane, senza nessun contatto postale o telegrafico con i loro familiari. Quando l’inverno puniva nei suoi mesi più atroci, chiudevano l’accampamento e tornavano a piedi alle loro caserme e villaggi fino a quando le temperature tornavano ad essere sopportabili.

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Piana del Khunjerab Pass, a 4.700 metri di altezza.

E così anno dopo anno, quel battaglione dimenticato da uomini culminò nel 1978 l’oggi leggendaria Karakorum Highway, considerata da molti "l’ottava meraviglia del mondo".

Quando finirono le opere, un’alta carica militare disse a quelle truppe superstiti: "La nazione è grata e si sente orgogliosa di voi. I suoi figli e nipoti vi ricorderanno. Voi avete fatto il lavoro più meraviglioso nella storia dell’esercito".

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Soldato della frontiera pakistana.

Una misera baracca dà riparo a mezza dozzina di pazienti soldati pakistani. Sono le forze che controllano il passaggio di confine. Cento metri oltre, una moderna e solida costruzione circondata da filo spinato e da bandiere rosse ci avvisa che quello è la Cina. Proprio lì, una barriera e un contingente di militari cinesi ci guarda dall’alto del berretto da marinaio con espressione imperscrutabile.

Né un gesto, né un sorriso. Inizio ad avere più timore dei militari di questo nuovo paese che di tutte le cose che ho ascoltato dai musulmani.

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Dall’altro lato della barriera, nella parte cinese, comincia un nuovo spettacolo: la meseta del Pamir, un’altra immensa serie di cime e pianure oltre i 4.000 metri.

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Qui finisce la Karakorum Highway e questa regione del pianeta. Un luogo indescrivibile dove si trovano i ghiacciai più lunghi del mondo: una terra che ostenta il record ineguagliabile di possedere nella sua relativa scarsa superficie cinque montagne che superano gli 8.000 metri, più di cento cime oltre i 7.000 m. e centinaia di giganti le cui cime superano i 6.000 metri e che neppure sono state esplorate né possiedono ancora un nome.

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Tra le due pietre miliari, cinese e pakistana, in terra di nessuno e colpita dalla tempesta di neve che mi copre di cristalli di ghiaccio le sopracciglia, mi giro per vedere per l’ultima volta dietro di me la cordigliera del Karakorum.

Nello zaino dei miei sogni conservo un vecchio desiderio compiuto: conoscere questa terra e percorrere la strada più audace che l’uomo abbia mai costruito.

E davanti, una nuova sfida: la Cina, il centro del mondo.

Dietro allo pseudonimo Nomade si nasconde un appassionato della fotografia e ineffabile giramondo.

Gli articoli della serie "Diario di un fotografo nomade" si pubblicano, normalmente, il primo e il terzo giovedì di ogni mese.


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