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giovedì 6 aprile 2006

Karakorum Highway: il pericoloso cammino verso la città di Shangri La

Contorcendosi per un paesaggio verticale e agitato, tra difficoltà mortali e pareti che minacciano di crollare in qualsiasi momento, la KKH continua a salire tenacemente verso il suo destino nelle nuvole. Per il cammino le pietre parlano di uomini che passarono da lì 2.500 anni fa.

Nomade.- Sono le 6:00 del mattino e già giriamo per la KKH. Percorrerla senza fretta ma senza pausa può durare tre o quattro giorni fino alla frontiera cinese-pakistana, nel mitico Khunjerab Pass. Curve, calore e stanchezza saranno i nostri compagni di viaggio. Guardando verso il basso per non precipitare in qualsiasi precipizio, guardando verso l’alto per non essere sorpresi dalle costanti frane.

© Nomade
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La KKH è costruita sullo stesso tracciato della millenaria Via della Seta, in modo tale che in molti tratti vanno entrambi paralleli, quando non l’uno sull’altro. Dal cammino ancora si possono vedere petroglifi di migliaia di anni di antichità, realizzati da persone che circolavano per questa leggendaria via.

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Monache, viaggiatori, soldati, mercanti, cacciatori… Tutte le persone che lo sapevano disegnare, disegnarono sulle pietre del cammino gli animali che cacciavano per sopravvivere o i simboli degli dei ai quali si raccomandavano.

Stando nei pareggi uno pensa che soltanto il cielo può toglierlo da quella terra impressionante, oceano innumerevole di montagne giganti, dove dietro a una appaiono tre maggiori per desolazione che vuole uscire da lì.

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Nella regione di Chilas troviamo le prime tracce di quei pionieri. Buddha seduti in posizione del loto, “stupa” e iscrizioni in brahmi che ci parlano della spiritualità di quelli che le fecero là dal VI secolo avanti Cristo.

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Passano i chilometri e le ore. Il sole sta nel suo zenit ed è tempo di scendere dallo spirituale al materiale: Raiss mi indica che ci fermiamo a pranzare in un luogo dove nessuno direbbe che c’è qualcosa da mangiare o da bere, se non fosse per due polverose casse di Pepsi che giacciono alla porta della casupola e un vecchio carro pieno con manici mezzi marci dal calore.

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Nell’interno, un’umile ma pulita mensa e vari tavoli con uomini di aspetto afgano che finiscono i cibi che il locandiere serve diligentemente. Nel vederci, cala il silenzio e tutti gli occhi si rivolgono con sorpresa e curiosità verso di noi.

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In ogni tavolo, un ottone pieno d’acqua in cui i commensali mettono i loro bicchieri per riempirli e bere. Naturalmente, l’alcol non esiste. Raiss parla un po’ con l’oste, e alla fine si avvicina con il pane, un’insalata, una scodella di ceci e l’onnipresente stufato di carne pakistana: il Karaghi.

Quando là fuori ci sono 43 gradi, la prospettiva di mangiare ceci può essere devastante per la morale del viaggiatore. Invece, e contrariamente ai cattivi presagi che il mio stomaco presentava, resto sorpreso dalla squisitezza del legume e della carne cucinata con quella salsa di pomodoro speziata.

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Dopo la pietanza il mio corpo chiese un riposino, cosa che gli afgani lì presenti fanno sullo stesso tavolo. In molti posti del Pakistan, le sedie sono come reti dove ti puoi sedere o stendere.

Mi consola pensare che potrò appisolarmi nell’autobus. Invece, mi dispiace per il buon Raiss, che dovrà condurre e cercare di non cadere nelle braccia di Morfeo… né in quelle dell’Indo.

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Ci disponiamo per uscire quando da una porta interna che dà sulla sala da pranzo esce una figura femminile coperta dalla testa ai piedi. Cammina a piccoli passi, dato che non può vedere nulla, la sua testa è avvolta da vari chador che arrivano fino alla cintura. Due uomini la tengono per mano per aiutarla ad attraversare la mensa.

Raiss mi dice che queste persone sono afgani e che non permettono che le loro donne siano viste da altri uomini; per quello la portano così. In quel momento mi rendo conto che in quelle ore in cui stiamo transitando per questa regione non ho visto neanche una sola donna.

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Saliamo di nuovo sull’autobus per continuare a risalire la KKH. Il caldo continua a intensificarsi e io a fatica riesco a tenere gli occhi aperti. Nel posto al mio lato, Raiss deve sforzarsi di tenere gli occhi aperti. Si bagna il viso con acqua minerale che ha accanto al parabrezza, acqua che per la sua temperatura servirebbe più per fare un tè che per svegliarsi.

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Perdere la rotta non è facile, dato che sia la Via della Seta sia la KKH si fanno strada per l’unico posto possibile per quello. Non c’è posto fisico per un altro tracciato. È proprio così, che molte volte si circola per posti impossibili, attraversando curve in mezzo a un torrente o fermandosi in pendi di precaria stabilità.

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Condizioni meteorologiche estreme, pareti di grande verticalità e giovani montagne ancora insediate: la combinazione perfetta affinché i pendi siano una minaccia permanente, soprattutto nei mesi da ottobre a luglio.

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Alcuni colpi sul mio braccio mi svegliano. Il conduttore mi avvisa che da lì in avanti c’è una frana. Poco a poco, riduce la marcia fino a fermarsi nella piccola coda che si è formata. Nella KKH il poco traffico che c’è è quasi esclusivamente di camion e piccoli trasporti collettivi.

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Fortunatamente, quello più grosso è già caduto senza provocare nessuna vittima, ma continuano ancora a cadere pietre e resti del pendio. L’esercito pakistano e la polizia sono già arrivati e stanno cercando di pulire la strada.

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Sa Dio quanto tempo impiegheranno a sgombrare il passaggio, ma osservando la gente che è rimasta intrappolata come noi, non sembra che si preoccupi troppo di questa incognita.

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Questi autisti sono persone esperte e non perdono l’umorismo per questo; conoscono bene come si comporta la KKH. Cercano di passare il tempo nel miglior modo possibile; alcuni dormendo, altri guardando come tolgono i massi dalla carreggiata e altri contando le esauste galline che trasportano, non sia che in qualche curva sia "volata" qualcuna.

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Alla fine, si apre una stretta corsia affinché possano passare i veicoli. Partiamo e riprendiamo il cammino verso Gilgit, un villaggio kashmir dove il fondamentalismo islamico è molto radicato tra i suoi abitanti. Gli stessi pakistani chiamano questa zona "territorio tribale". Raiss mi dice che in questo centro abitato non è prudente fotografare, cosicché conservo la mia attrezzatura nello zaino in attesa di situazioni meno compromettenti.

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Dopo avere pernottato a Gilgit, all’alba incominciamo nuovamente il cammino. La KKH ci andrà portando sotto il Rakaposhi -la parete brillante-, un gigante di quasi 8.000 metri di altezza (7.788 metri, concretamente), circondato da tre immensi ghiacciai e di quello si dice che è una delle punte più belle che si possono contemplare in tutto il mondo.

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L’Indo è scomparso e al nostro lato scorre il Nagar, le cui acque ci accompagneranno fino a dare il testimone al turbolento fiume Hunza.

La strada continua a salire e circoliamo già da alcune ore a più di 3.000 metri di altezza per arrivare a Karimabad, dove ci fermiamo alcuni giorni. Qui, nel cuore della valle di Hunza, scopriamo un paradiso sospeso dal cielo.

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La localizzazione della mitica città di Shangri La è tutto un mistero. Alcuni dicono che è al Nord dell’India, sotto i contrafforti dell’Himalaya. Altri speculano che è in Nepal, in qualche valle perduta nel più profondo di Anapurna. Finalmente, gli antichi viaggiatori della Via della Seta assicurarono di averla vista qui, nella valle di Hunza, vicino al Nanga Parbat e al Rakaposhi.

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Io, che conosco i tre paesi, neppure saprei assicurarlo. So soltanto che questo angolo del mondo, la valle di Hunza, così bella, così dimenticata, così sconosciuta, merita di essere la protagonista del nostro successivo articolo.

Dietro allo pseudonimo Nomade si nasconde un appassionato della fotografia e ineffabile giramondo.

Gli articoli della serie "Diario di un fotografo nomade" si pubblicano, normalmente, il primo e il terzo giovedì di ogni mese.


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