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![]() giovedì 16 marzo 2006 ultime notizie Karakorum Highway: la strada più audace mai costruitaKKH, Karakorum Highway: solo il nome già impressiona. 1.250 chilometri che uniscono Rawalpindi e Kashgar, la città carovaniera dell'Asia Centrale, passando parallelamente all'Indo e a Hunza per un tracciato estremo, la cordigliera più alta del mondo.Nomade.- Nonostante ciò 25 anni fa si costruì ed è già una leggenda. La KKH attraversa il tetto del mondo, serpeggiando tra le muraglie del Karakorum, del Pamir, dell’Hindu Kush e, alla fine, dell’Himalaya.
Fino a meno di un secolo fa, il nostro pianeta aveva alcune barriere naturali, praticamente insormontabili che rendevano molto difficile la comunicazione tra popoli.
Così, l’Africa Nera restò isolata perché il Sahara era una frontiera quasi inespugnabile. Lo stesso succede con l’inospitale zona centrale dell’Australia e coi suoi indigeni, isolati per migliaia di anni a causa dell’estrema aridità della geografia che la circonda.
Anche l’impenetrabile selva amazzonica o la selva Lacandona di Chiapas hanno isolato culture e tribù che ancora oggigiorno si continuano a scoprire. L’Alaska o la miriade di isole che costellano il Sud del Pacifico sono altri esempi di come molti popoli non hanno bisogno di posti confinanti. La natura si è occupata affinché nessuno vi passasse.
In questa fascia dell’Asia, la più ripida e scoscesa del pianeta, il paesaggio è un oceano di cime da più di 6.000 metri. Tra quelle risaltano due “ottomila”: il Nanga Parbat (8.125 metri) e il K2 (8.611), chiamato Chogori dai Balti che abitano quelle valli.
Di nuovo, ci troviamo davanti ad una nuova frontiera naturale: una cordigliera gigantesca termina dove inizia un’altra di proporzioni colossali. Tra quelle soltanto c’è posto per fiumi torbidi e piccoli valli di difficile accesso.
Le acque dell’Indo e i suoi affluenti precipitano con estrema violenza incassate da gole riseccate. Nella sua pazza corsa strappano e trasportano materiali e sedimenti glaciali che sono quelli che danno quel colore marrone cenerino.
Per molti secoli, la Via della Seta si realizzò attraversando questo paesaggio per uno stretto cammino pieno di pericoli e sofferenze. Curve chiuse senza appena raggio di giro e calcinacci, costanti spostamenti di terra, dislivelli inimmaginabili, fragili ponti per attraversare fiumi o per salvare il vuoto tra pieghe di montagne formidabili.
Per disporre di una via di comunicazione adeguata alle necessità dei nuovi tempi si decise di costruire una strada che facilitasse il trasporto di mercanzie e lo scambio tra le repubbliche dell’Asia Centrale e il subcontinente. Così nacque la Karakorum Highway, un progetto che impiegò 20 anni per realizzare e che pagò la tragica fattura di un lavoratore morto per ogni chilometro costruito.
È tale la grandezza di questa strada che si dice che sia l’opera più colossale costruita dall’uomo dopo le piramidi di Egitto. Personalmente ritengo che sia così: la KKH e la Grande Muraglia cinese sono paragonabili alle costruzioni faraoniche, come molto presto ci sarà occasione di verificare.
Costruita in mezzo all’orografia più avversa del pianeta, la quantità e difficoltà degli accidenti geografici, così come la meteorologia, fanno sì che si può circolare per la KKH alcuni mesi dell’anno. In inverno resta chiusa. Nonostante tutto, le frane e i crolli sono costanti e un pericolo per ogni veicolo o persona che la percorre.
Da Rawalpindi, i primi 200 chilometri della KKH vanno passando a 1.000 metri di altezza tra prati e boschi. A partire da lì, la strada inizia a guadagnare altezza, gli alberi e la vegetazione vanno scomparendo gradualmente e il paesaggio arido si impadronisce di tutto quello che vede lo sguardo.
Mentre, la KKH continua ritorcendosi tra pendii e torrenti, come un’enorme cicatrice nelle montagne, cercando paesi come Dashu, un piccolo ma temuto villaggio dove i suoi abitanti hanno fama di essere pazzi e di essere molto pericolosi, a causa dell’intenso vento che colpisce a tutte le ore il centro abitato.
Paesaggi e valli dove tutto sembra immutabile. La sua gente ricorda quei personaggi presi dai vecchi libri di avventura del XVIII secolo.
Spesso si vedono posti di controllo militare, anche se la sensazione che uno ha è che il governo pakistano non possa esercitare la propria autorità su questo territorio, soprattutto vedendo i poveri soldati lì destinati e gli scarsi mezzi di dissuasione dei quali dispongono.
Questa zona ha anche una lunga storia di banditi e di assaltatori di carovane, così come un passato non molto lontano di sanguinosi scontri bellici. Con questi antecedenti e le diffuse frontiere con i suoi vicini afgani, tadjiki, kazaki o kashmiri è molto facile ottenere un Kalashnikov che un apparecchio televisivo.
La strada continua serpeggiando parallelamente al tormentato letto dell’Indo. La terribile meteorologia cambia in un istante. Un momento prima il sole bruciava e all’improvviso nere nuvole lo coprono tutto. Tra le cime arriva una tempesta di neve che lacera la pelle. Bisogna infilarsi la fodera polare immediatamente.
In mezzo a uno dei mille ponti che volano sopra l’Indo, mi fermo a contemplare lo spettacolo della natura nel suo stato più selvaggio. Il nulla abbracciato dall’Hindu Kush e dal grande Indo.
Circondato da queste pareti infinite, tra nubi e precipizi, con l’assordante fragore delle acque che precipitano sotto i miei piedi, sento tutta la drammaticità di questo paesaggio. Un brivido percorre il mio corpo e lì, ammutolito dalla grandezza della scena, ringrazio il cielo per avere la fortuna di vivere quel momento. Dietro allo pseudonimo Nomade si nasconde un appassionato della fotografia e ineffabile giramondo.
Gli articoli della serie "Diario di un fotografo nomade" ssi pubblicano, normalmente, il primo e il terzo giovedì di ogni mese. |
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