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giovedì 16 febbraio 2006

Pakistan: camminando per i mercati di Rawalpindi, gli ultimi bazar del mondo

Una delle esperienze più particolari che ho vissuto è quella di passeggiare per i bazar Rajah e Saddar di Rawalpindi. Una vivenza unica, anche per quelli che hanno la fortuna di conoscere mercati tradizionali di mezzo mondo. Lì non si vendono "souvenir" -logico, non c'è turismo- ed è dove inizia il mio viaggio per la Via della Seta. Rajah e Saddar: probabilmente, gli ultimi bazar in stato puro del mondo.

Nomade.- Atterrando a Islamabad sapevo che affrontavo un mondo nuovo. Era l’inizio di un viaggio abbondantemente sognato: la parte più recondita della Via della Seta.

© Nomade
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Una delle immagini che identificano il Pakistan: il barocchismo dei suoi veicoli.

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La moschea Faisal, la più grande e moderna del paese.

Come in ogni viaggio, ero pronto per vedere e sentire. Invece, questa volta era diverso; avevo una certa apprensione: in questa occasione calpestavo una terra sconosciuta che associavo a terribili notizie di guerre e attentati islamici.

Pakistan, un territorio di cui sapevo soltanto la sua delicata situazione nella frontiera con l’Afghanistan e la sua mortale gara contro l’India per riuscire ad avere la produzione della bomba atomica.

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Un bambino vende pane fuori la moschea.

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Il cricket, un’eredità britannica, è il gioco più popolare in Pakistan.

Quando sono entrato nell’aeroporto e mi sono messo nella fila dei "foreigners" per mostrare il mio passaporto, arrivò la prima immagine seducente: una piccola sala vetrata alla mia destra, nella cui porta c’era un cartello: "Prayer Area" ("Area di Preghiera"). Dentro, vari uomini lasciavano il loro bagaglio in un angolo e, inginocchiati su un tappeto, pregavano in direzione della Mecca.

Quello era un avviso dell’importanza della religione islamica, la cui traccia si troverebbe in ogni passo che do per il Pakistan.

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Percorrendo l’unica autostrada del Pakistan, i 14 chilometri tra Islamabad e Rawalpindi.

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Islamabad, moderna ma senza fascino.

Islamabad è a solo 14 chilometri da Rawalpindi. Una piccola passeggiata in taxi è sufficiente per osservare il forte contrasto tra gli edifici della nuova e sgraziata capitale e il movimento, il caos e degradazione urbanistica della vecchia Pindi, così chiamata dai pakistani.

Dopo una necessaria doccia in hotel, sono uscito a fare una passeggiata, ad avere il mio primo contatto con il paese. E per quello, niente meglio che un buon pranzo.

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L’edificio più moderno di Islamabad. Si nota di chi è.

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Entrata alla vecchia Pindi: il paesaggio cambia.

Riso fritto con verdure, pollo al coriandolo o un buon "karachi" -carne in salsa di pomodoro, leggermente speziata- sono i protagonisti del mio battesimo gastronomico in una così lontana terra, tutto quello accompagnato da un "Dew", una limonata locale.

Essendo un paese musulmano inflessibile, non è possibile trovare alcol; soltanto qualche birra nei pochi hotel che ricevono viaggiatori di Occidente o Cina.

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Entrata al bazar Rajah, una moltitudine di persone e attività.

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Veicoli di qualsiasi tipo che circolano in un traffico caotico.

Per terminare la pietanza, un "lasi", quel magnifico dessert indiano-pakistano a base di quattro strati di yogurt, uno di acqua, uno di ghiaccio tritato e zucchero. In un bicchiere con cannuccia, tutta una squisitezza. In India gli aggiungono inoltre banana, ananas e ingredienti di ogni tipo… anche marijuana, sebbene si debba riconoscere che non fa molto effetto.

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Nella vecchia Pindi non ci sono regole di traffico.

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Rifugiate afgane che si aiutano con i sacchetti della spesa.

Con lo stomaco pieno e le forze riacquistate, mi diressi ai bazar, visita che così affettuosamente mi aveva raccomandato il receptionist dell’hotel.

"Rajah Bazaar", esclamai, e il taxista fece partire la sua piccola e vecchia Suzuki senza togliere l’occhio dal retrovisore. Era più forte la sua curiosità per me del milione di probabilità che si hanno di investire qualcuno quando si conduce per una strada pakistana.

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Giovani pakistani che cercano offerte nel bazar.

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Sarti che confezionano burka.

Arrivai all’entrata del bazar, scesi dal taxi, raccolsi lo zaino e la fotocamera e cercai delle rupie nella mia tasca per pagare l’autista. Ma quando mi voltai per entrare nel Rajah mi iniziarono a tremare le gambe.

Molte delle persone che passeggiavano lì si erano fermate e girate verso di me. Dall’altra sponda si avvicinavano verso di me gruppi di uomini, con passo deciso. Le donne smettevano di mercanteggiare nelle bancarelle e mi guardavano attraverso le fessure dei loro burka…

In che guaio mi sono messo, pensai. Con la tranquillità con cui si stanno fotografando i pinguini nelle Galapagos… perché mi metto in questi guai!

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Facce di sorpresa e curiosità nel vedere un occidentale.

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La faccia malata del bambino mi osserva senza battere ciglio. Sono il primo straniero che vede nella sua breve esistenza.

Poco a poco fui circondato. Ero osservato da una distanza prudente, tra i mormorii, con i loro enormi occhi con sguardo penetrante.

Il cerchio si era chiuso e io, paralizzato, non sapevo che fare. All’improvviso, ricordai che la cinghia della mia fotocamera porta un anagramma che ha in lettere ben visibili: "op/teach USA". Merda! Celatamente, girai la cinghia affinché le lettere restassero sottosopra, toccando la pelle.

In brevi secondi, nella testa di quel tipo (me stesso), con i capelli biondi, pelle bianca e sguardo tra il gelido e il tonto, passarono immagini di sequestri, video di riscatto emessi da Al-Jazeera e un’altra dozzina di idee orripilanti.

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Il vecchio autista scende dal camion per osservare quello che passa.

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Il nonno portando a spasso al nipote dandogli la mano. Ci sono cose che sono universali.

Tentando di superare le mie paure alzai la mano, sorrisi in segno di pace ed esclamai: "Salaam aleikum!" ("Ciao").

E si produsse la magia. All’improvviso, molte di quelle persone iniziarono a gridare "aleikum salaam!, a sorridere e a parlottare con me come se io li potessi capire.

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Un commerciante balla e scherza affinché lo fotografi.

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Un gruppo saluta tra timido e curioso.

Allargavano le loro braccia verso di me per salutarmi, ma non mi toccavano, non osavano… Si aprì il cerchio e iniziarono a sorridere e a scherzare tra loro, dandosi pacche sulle spalle gli uni con gli altri e invitandomi a fotografarli.

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Occhiate, occhiate, occhiate.

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Il telefono cellulare è una rara avis in Pakistan. E con fotocamera, ancora di più.

I commercianti mi invitavano ad entrare e a fargli foto circondati dalla loro merce. Alcuni anche correvano affrettatamente verso un telefono cellulare per fotografarmi, ciò mi fece rendere conto di quanto immensamente povero fosse il Pakistan; lì a malapena si vedono questo tipo di apparecchi, quando in altri paesi in via di sviluppo come la vicina India o in molte zone dell’America Latina ce li hanno tutti -anche se poi non hanno cosa mangiare.

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Portando a casa il frigorifero appena comprato.

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In tutti i bazar ci sono i bambini che consegnano te tra le bancarelle.

Camminai per Rajah e Saddar. Si abituarono a me e mi abituai a loro.

Camminai e mi inebriai di sensazioni, di colori e odori di spezie, di frutta secca e di deliziose verdure.

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Un sorriso e un te: un’offerta impossibile da rifiutare.

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Offrire acqua: un gesto di ospitalità millenaria.

Camminai e mi inebriai del caos, del rumore e del fumo dei carrozzoni e delle moto, dei luccichii dorati di ricami e bigiotteria, dell’abilità dei loro artigiani.

Camminai sotto il fascino di aromi di profumi orientali di donne nascoste sotto veli. Camminai, e camminai per i bazar da mille e una notte.

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Il padre, orgoglioso, permette che io fotografi la bambina. Enormi occhi, grande innocenza.

E soprattutto mi ubriacai della loro gente, della loro allegria e della loro timidezza, della loro umiltà, della loro enorme e nascosta grandezza, quella dei popoli prigionieri dell’oblio, che ogni mattina hanno il coraggio di svegliarsi con allegria per vivere un nuovo giorno.

Camminai e fotografai.

Gli articoli della serie "Diario di un fotografo nomade" si pubblicano, normalmente, il primo e il terzo giovedì di ogni mese.


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