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giovedì 15 dicembre 2005

C'era una volta il Pakistan

Più di due mesi fa mi imbarcavo a Islamabad nel volo che mi riportava a casa dopo molte settimane di viaggio per la Via della Seta. Mentre stavo disfacendo ancora il bagaglio, venni a conoscenza della notizia: un terremoto di enorme gravità aveva distrutto il Pakistan, lasciando un bilancio di più di 40.000 morti e dispersi.

Nomade.- Un sisma si è accanito sul genuino Pakistan. Appena arrivato a casa dopo un viaggio per quelle incolte terre, arriva alle mie orecchie quella tragica notizia. Corro in salotto e accendo la televisione.

Nello schermo si susseguono immagini di luoghi che ho appena visitato e adesso sono devastati, coperti di macerie o semplicemente di scomparsi.

© Nomade
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Si sente un ruggito atavico e dopo si apre la terra con apocalittiche contrazioni. Villaggi, raccolti, persone, animali… tutto al suo passaggio resta sepolto. La sua traccia è la distruzione totale e le immagini dei sopravvissuti.

© Nomade
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Bambini mezzi nudi che piangono e gattonano accanto a un cadavere parzialmente sepolto dalle pietre.

© Nomade
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Donne del Kashmir che si schiaffeggiano sulle guance, come se volessero svegliarsi da un terrificante incubo.

© Nomade
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Uomini con abbigliamento tipicamente afgano e pashtun che lottano coraggiosamente per liberare tra le macerie qualche corpo.

© Nomade
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Nella televisione, una voce dal telefono narra balbettando quello che sta succedendo: "Il sisma ha distrutto la precaria rete di strade e di comunicazione del paese."

© Nomade
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"La situazione peggiora progressivamente, le vie sono collassate dagli ingenti spostamenti di persone e dai convogli di veicoli e di animali…"

© Nomade
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"… le forti piogge delle ultime ore hanno moltiplicato il caos, l’aiuto è scarso e disorganizzato."

© Nomade
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E nello schermo del televisore, le immagini continuano a lacerare l’anima; donne con l’espressione sconcertata, che vagano senza rotta, forse alla ricerca di un burrone per lanciarsi e riunirsi con i loro cari morti…

© Nomade
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Due bambini di sette e nove anni liberano la loro sorella tra le macerie e la portano fino a un accampamento dell’esercito tenendo tra le braccia la neonata. "Sono dei veri eroi", evidenzia un generale pakistano. "Dicono che la loro casa è stata distrutta, che i loro genitori sono morti e che non resta nessun in vita nel loro villaggio."

© Nomade
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Un uomo seduto per terra sostiene sulle sue ginocchia il cadavere di qualcuno che sembra suo fratello. Gli accarezza il viso mentre con gli occhi inondati di lacrime guarda a turno il cielo e quel corpo immobile, cercando una spiegazione che nessuno gli darà.

© Nomade
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Più in là, una donna inginocchiata su un monticello, con la faccia e le braccia stese sui calcinacci di quello che resta della sua casa, resta immobile; non piange più, non grida più chiamando quelli che sono rimasti sotto sepolti. Neppure le restano forze né unghie per continuare a scavare la terra.

© Nomade
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Terminano di dare la notizia alla televisione e passano ad altri argomenti. Spengo l’apparecchio e mi metto seduto sul divano, tentando di assimilare quello che ho appena visto.

© Nomade
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Non so quanto tempo ho trascorso così, ma quando reagisco deve essere abbastanza tardi: il sole, attraverso la persiana, disegna linee di luce nella penombra della stanza.

© Nomade
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Mi sveglio mezzo stordito sul divano e mi siedo davanti al computer pronto a trascrivere i miei appunti di viaggio per un nuovo articolo.

Leggo i miei commenti scritti a mano e rivedo le fotografie che ho portato dal Pakistan…

© Nomade
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Non posso pensare, non posso raccontare. La catastrofe ha devastato anche il mio cuore.

© Nomade
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Fatto tacere il ricordo da tanto dolore, questa volta non posso scrivere.

Per quello, oggi non ho parole, soltanto fotografie. Siano quelle il mio discorso per quella terra incolta, per quel popolo umile che mi rubò il cuore.

C’era una volta il Pakistan.

Gli articoli della serie "Diario di un fotografo nomade" si pubblicano, normalmente, il primo e il terzo giovedì di ogni mese.


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