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![]() giovedì 15 settembre 2005 ultime notizie L’India del Nord: il paese dei maharajas e delle città colorateCominciavo questo diario di viaggio dicendo che l'India è il luogo dove tutto è possibile. Oggi arriva il momento di partire e, seduto nell'aereo, cerco di mettere un po' di ordine nei miei appunti, confusi e inebriati dalle sensazioni che mi hanno circondato durante queste settimane.Nomade.- Certo, è il momento di tornare a casa. Mi aspetta un lungo volo, e che c’è di meglio che uccidere il tempo leggendo o scrivendo. Vado sfogliando i fogli del diario e rileggendo distrattamente gli appunti che sono andato aggiungendo là per i posti dove passavo.
Luoghi come Jaisalmer, la città dorata del deserto, che diventò importante per trovarsi nel crocevia delle carovane che attraversavano questa rotta commerciando con sale, pietre e metalli preziosi, spezie, sete…
Città dorata perché l’arenaria delle sue case brilla sotto l’implacabile sole che la tormenta tutti i giorni dell’anno. Nelle sue strade, sontuose havelis, le case dei commercianti ricchi, le cui prime facciate e le logge sono l’immagine e l’orgoglio dell’India.
Viuzze piene di gitane e di altre etnie nomadi del deserto del Thar le cui abitudini, regole di convivenza e rispetto mi fecero sentire che il mio paese e la mia cultura erano quelli sottosviluppati, e non quelli…
I templi di Bikaner, dove si adorano i topi e si beve l’acqua dalla stessa scodella dove quelli si sono bagnati, e se ti senti, cominciano a correre su e giù per tutto il tuo corpo facendoti il solletico nella nuca con i loro enormi baffi o graffiandoti nelle gambe con i loro piccoli artigli.
La città rosa di Jaipur, in alcune zone insopportabile per il viaggiatore a causa dell’assillo dei venditori di qualsiasi cosa, ma un luogo ricco di incantesimo e mistero, quindi il maharaja che ne ordinò la costruzione la aveva immaginata in sogno e la sua opera la diresse un sacerdote conoscitore dell’architettura sacra, disegnandola con nuovi quartieri, il numero esoterico dell’astronomia indù.
Jaipur, asfissiante, gremita di gente, con le sue strade traboccanti per il fluire di vecchie motociclette, rickshaws, mucche, elefanti, carri trainati da asini o da cavalli, sinfonia caotica di claxon e campanelli di biciclette…
La città bianca di Udaipur, autentico gioiello di questo paese. Quinta essenza della raffinatezza dei maharajas che comandarono di costruire i loro palazzi vicino al lago, tra le verdi colline e i frondosi boschi.
I Maharajas che al giorno d’oggi non godono privilegi né potere politico, e si sono trasformati, grazie al lavoro di Indira Gandhi, in custodi di tesori dei loro palazzi e fortezze, una nuova fonte di ricchezza per quelli e per il paese, quindi visitare questi luoghi da leggenda è un’eccellente attrazione per il turismo.
La città azzurra di Jodhpur, che prende questo appellativo dalle pareti delle case dei brahmani, dipinte di indaco affinché tutto il mondo sappia che lì vive una famiglia della casta superiore.
Famosa per la più formidabile fortezza mai costruita sulla terra dei rajputs: Mehrangarh (il Maestoso), che ospita tra altre fastose ricchezze, un’incredibile collezione di selle di elefante e di palanchini reali dove si trasportava il maharaja o sua moglie.
Y Pushkar, la piccola città celeste che circonda il lago in cui cadde una lacrima di Shiva, dove una volta all’anno, con la luna piena, si celebra la fiera dei cammelli, elefanti e cavalli più importante del mondo, dove arrivano carovane da tutto l’Oriente per vendere e per comprare, mostrando un universo di lingue, tradizioni e culture che affascina il viaggiatore più abituato.
Piccola e incantatrice città dove passeggiano gli shadus: "Dammi qualcosa, che sono un santo…", e gitane con sguardo inebriante: "Comprami questa cavigliera, è di argento, per la tua fidanzata…", "No, non ho la fidanzata ", "Per tua madre…", "Neppure una madre", "Allora regalamela…".
Finalmente appaiono le ultime pagine in bianco del mio diario. Vado a scrivere, ma prima mi svago con i miei ricordi; abbasso lo schienale della mia poltrona, mi appoggio e chiudo gli occhi.
Mi vengono in mente città colorate, turbanti colorati, sari colorati, elefanti bardati di colori, stracci colorati, rosari di fiori colorati, polveri per la fronte colorate… un festival ricco di messaggi, come se l’allegria e la speranza di questa meravigliosa gente stesse nei colori.
All’improvviso, un mormorio mi fa aprire gli occhi. Vedo che i passeggeri fanno segnali verso i finestrini del mio lato. Guardo e, sorpreso, vedo che si è formato un arcobaleno in lontananza. In che altro modo migliore si poteva congedare da me l’India? Richiudo gli occhi e, sorridendo, inizio a sognare.
Gli articoli della serie "Diario di un fotografo nomade" si pubblicano, normalmente, il primo e il terzo giovedì di ogni mese. |
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