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![]() giovedì 4 agosto 2005 ultime notizie L'India: una bella storia di amore conservata in un portagioieNessuno può abbandonare l'India senza avere visitato prima il Taj Mahal, che sapendo di essere bello si guarda presuntuoso allo specchio dei suoi stagni, vicino al fiume Yamuna, nella città di Agra. Di fronte, nell'altra sponda, il Forte Rosso ospita il dolore di un padre tradito da suo figlio, il pianto di un re che morì di amore.Nomade.- L'India, quel paese dove è possibile tutto, ricco di culture e di tradizioni che sprofondano nei tempi più remoti, è anche prolifica di leggende e di storie. Racconti di fatti reali, così commoventi che uno non può nemmeno lasciarsi trascinare dall’insinuazione.
Oggi, seduto davanti al Taj Mahal, in quella ora tranquilla dove il sole comincia a essere rosso e la luna bianca, prendo il mio diario e leggo una storia commovente che avevo appuntato per non dimenticarmi. Me la raccontarono quando arrivai ad Agra, e dice così:
C’era una volta un principe chiamato Kurram che era stato educato nelle più difficili discipline del sapere: astronomia, grammatica, matematica, filosofia... e inoltre parlava arabo (la lingua del Corano) e persiano (la lingua della Corte). Un giorno che passeggiava per il bazar, tra il fracasso dei mercanti e gli stivatori di elefanti, i suoi occhi si incontrarono con quelli di una ragazzina di 15 anni. Era la principessa Arjumand, figlia del primo Ministro della Corte. Immediatamente, il principe ne restò affascinato.
Impressionato dalla bellezza della giovane, domandò il prezzo della collana di cristallo che lei si stava provando. Il mercante, sorridendo, gli rispose che non erano cristalli ma diamanti le pietre di quella collana. Il gioiello valeva una fortuna. Il principe lo pagò e lo regalò a Arjumand, che immediatamente anche lei ne restò ammaliata. Dovettero, invece, aspettare 5 anni per unirsi in matrimonio, perché non si erano visti per tutto quel tempo. Anni dopo essersi sposati, quando il principe fu incoronato passò a chiamarsi Shah Jahan (Imperatore del Mondo) e lei Mumtaz Mahal (la Eletta del Palazzo).
Ma quattro anni dopo avere occupato il trono, l’imperatore soffrì la peggiore tragedia della sua vita: la sua amata sposa, Mumtaz Mahal, non superò il parto del quattordicesimo figlio e morì. Shah Jahan, affranto dal dolore, comandò di costruire il Taj Mahal per seppellirla, come mausoleo in memoria dell’amore che si professarono entrambi. Una volta terminato, l’imperatore volle costruire un altro mausoleo-tomba per lui, identico a quello della sua sposa ma in marmo nero, all’altro lato del fiume Yamuna, e unire dopo entrambi mediante un ponte di oro. E lo avrebbe fatto, se non fosse stato per Aurangzeb. Approfittando dello stato depressivo e della profonda tristezza nel quale era sprofondato l’imperatore, Aurangzeb, terzo figlio di Shah Jahan, accecato dall’ambizione tradì tutta la sua famiglia, uccise ai suoi fratelli (eccetto due sorelle) e strappò il potere a suo padre. Dopo lo rinchiuse in una torre del Forte Rosso di Agra, di fronte al Taj Mahal, e alle due sorelle sopravissute nell’altra.
Esattamente ieri ho visitato il Forte Rosso, una gigantesca fortificazione costruita in arenaria rossa (da lì il suo nome) che potrebbe molto bene avere ospitato a tutta una città, tali sono le sue dimensioni. Il suo interno, ricco di giardini e patii di raffinato marmo e arenaria tagliata secondo il più prezioso stile mogol, non servì come consolazione per l’afflitto Shah Jahan.
Una volta nella torre dove visse come prigioniero i suoi ultimi anni, poté vedere ciò che contemplava l’Imperatore dal suo balcone: il Taj Mahal. In una parete opposta, un vuoto: il luogo dove chiese che gli collocassero uno specchio per morire guardando, dal suo letto di morte, a 74 anni, la tomba della sua sposa.
Si dice che il Forte Rosso conserva il mistero di Shah Jahan e che nelle notti di luna piena ancora si possono sentire i passi e i singulti dell’Imperatore, del padre che impazzì di dolore e morì di amore.
Finisco di leggere: chiudo il mio diario e sospiro profondamente. Seduto sul caldo marmo che circonda al Taj Mahal, mi scalzo, come comanda la regola, guardo quello immenso e delicato portagioie che chiude una storia tanto bella quanto triste. Percorro con i miei occhi le pareti della facciata. Il marmo al tatto setoso che lo copre cambia di colore in funzione della luce che riflette. Adesso è di colore perla.
Da settimane vedo palazzi di Maharahás, il cui lusso e splendore non ha paragoni, forti mogol, templi jainisti e dimore Rajputs dove il lavoro di legno e pietra è puro intarsio, ma nulla può uguagliare a quello che ho davanti ai miei occhi. Mai avevo visto tanta bellezza, tanta perfezione di linee, di toni, di spazi.
Dicono che per costruire il Taj necessitarono migliaia di carovane di elefanti che per 22 anni ci portarono le cose più squisite del mondo: marmo, giada, lapislazzuli, turchesi, zaffiri, ambra, diamanti, corallo… Le pareti erano decorate con incrostazioni di pietre preziose finemente mescolate con pannelli lisci o fiori in marmo. Nulla c’è di sovraccaricato o variopinto nella composizione.
Così curata è la sua costruzione che anche ai quattro minareti che lo fiancheggiano si diede una leggera inclinazione verso fuori affinché in caso di terremoto non cadessero sull’edificio che contiene la tomba di Mumtaz. Nel suo interno regna anche l’eleganza e la semplicità, tutto nella sua giusta misura. Nella penombra, la sonorità produce un eco misterioso che si insinua e circonda tutto sotto la cupola, invitando ad andare in punta di piedi, a sussurrare più che a parlare, a raccogliersi davanti al tumulo dell’amata sposa. Saggia armonia di qualcosa che sembra disegnato per dei e costruito per portagioie.
È tempo di monsoni e gli scuri cumulonembi cominciano a scaricare gocce di una pioggia calda. Mi metto l’impermeabile e continuo lì, immobile. Adesso, sotto la pioggia, il Taj Mahal brilla come il cristallo. Qualcosa trattiene il mio sguardo su di lui, e allora ricordo una frase che da piccolo mi diceva mia madre: "Figlio mio, le cose fatte con amore hanno qualcosa di speciale…"
Gli articoli della serie "Diario di un fotografo nomade" si pubblicano, normalmente, il primo e il terzo giovedì di ogni mese. |
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