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![]() SD10Caratteristiche ![]() Val. utenti: Dim. Sensore: 20,70 x 13,80mm Mass. ris.: 2268 x 1512 p. Fattore: 1,70x Monitor: TFT di 1,80 pollici In due parole La cattiva ergonomia ed altre mancanze inspiegabili oscurano il potenziale del suo sensore Foveon X3 Prezzi Non ci sono prezzi disponibili Foto ![]() ![]() ![]() Verifica la qualità delle immagini della Sigma SD10 con le nostre 19 foto di esempio, fatte con la fotocamera e senza ritocchi.Recensione
lunedì 29 novembre 2004 Un corpo che non è all'altezza della situazioneIl detto dice "a ciascuno il proprio mestiere" e questo potrebbe applicarsi alla Sigma e alla sua SD10, su cui tanto si è scritto. Un sensore rivoluzionario firmato Foveon fu il primo che fece sì che il mondo si accorgesse di questa macchina, erede della SD9. Un sensore che, con un design da tre strati, è in grado di dare maggiore definizione e particolare dei CCD o CMOS convenzionali. Gli ingegneri della Sigma, invece, hanno dimostrato di non essere all'altezza delle circostanze. Non solo non hanno sfruttato le potenzialità del Foveon X3, ma lo hanno anche dotato di un involucro che è, niente affatto, all'altezza di quelle che sono le potenzialità della macchina. Un elemento, che a grandi linee e a prima vista permette di distinguere una reflex professionale da una per intenditori, è la presenza di un flash del tipo pop-up sul pentaprisma. La Sigma SD10 non ne è dotata e, quindi, si suppone che non sia una fotocamera per intenditori. Teniamolo in considerazione al momento di leggere quanto segue.Non sappiamo se la SD10 lascerà un buon o un cattivo ricordo ai fortunati -o sfortunati- possessori, ma sicuramente farà parlare di sé. Non è una fotocamera alla moda. Il suo aspetto è sicuramente imponente che traspira professionalità, da qualsiasi lato si guardi. Allo stesso tempo, però, appare come qualcosa che ha bisogno di essere perfezionata. La prima impressione è che la SD10 può esser capace di tutto .o di niente! La prima impressione è quella che conta Così come quando scegliamo il nostro partner, un’automobile o un telefono, anche al momento di scegliere una fotocamera, spesso la prima impressione è quella che più conta. Quando abbiamo tenuto in mano la Sigma SD10 per la prima volta, la nostra impressione non poteva che essere negativa. Il corpo di questa reflex è stranamente più grande del solito. Nella parte inferiore, responsabile delle sue notevoli dimensioni, si trova il sistema di alimentazione, composto in questo caso da quattro pile di formato AA. La sua autonomia, a proposito, è adeguata, sebbene minore di quella di altri modelli come la Nikon D100 o la Canon EOS 10D. Non possiede né scatto verticale né -evidentemente- impugnatura, entrambi elementi che avrebbero potuto giustificare le notevoli dimensioni della macchina e che in questo caso diventano solo l’inizio di una lunga lista di mancanze e difetti. La tenuta, così come abbiamo temuto quando abbiamo visto il modello precedente, risulta un po’ scomoda. In effetti, la disposizione di alcuni dei suoi comandi e pulsanti è del tutto inadeguata. Senza andare troppo lontano, citeremo il dial di velocità di otturazione, curiosamente serigrafiato con le parole "Fast" e "Slow", come se si trattasse di un giocattolo. È letteralmente attaccato sul lato destro del pentaprisma, in una posizione tale che solo la mano di un giocatore di basket può azionarlo senza che ciò comporti di allontanare l’occhio dal mirino. Qualcosa di simile succede con l’altro dial, situato davanti al piccolo display a cristalli liquidi. In questo caso, comunque, il comando è molto più accessibile. La SD10 dispone di un montaggio per obiettivi Sigma*. La baionetta, metallica, non oppone resistenza alla collocazione degli obiettivi né presenta giochi rilevanti. Sì, è criticabile la presenza di un filtro antipolvere proprio dietro questa. Si tratta di una fine lamina di vetro che evita che qualsiasi particella entri nel sensore e che assomiglia molto ad altre montate nei primi modelli Kodak basati su macchine della Canon; lamine, queste ultime, che si rompevano facilmente con qualsiasi cambio rapido di obiettivi. Fortunatamente, nelle prove realizzate con la SD10 la lamina in nessun momento è sembrata in pericolo. Il display, fisso, è di 1,8 pollici e ha una risoluzione di 130.000 pixel. La sua qualità è abbastanza bassa, con una definizione pessima quando si ingrandiscono le immagini. I colori che riproduce non sono per nulla fedeli e quando si usa lo zoom in una foto salvata questa si pixelizza velocemente. Ovviamente, il display della SD10 ci permette di navigare per il menù delle opzioni. Diciamo “menù”, al singolare, visto che la SD10 dispone di una piccola quantità di opzioni, cosa alquanto non comune nel mondo digitale nel quale sovrabbondano i parametri da modificare. Così, i menù si riducono ad un paio di opzioni di lingua e data, e a alcuni modi di impiego. È vero che a volte ci siamo lamentati dell’eccesso e del complicato maneggio dei menù, ma è anche vero che la scarsezza di parametri della SD10 è, sicuramente, criticabile. Il cuore del mastodonte Addentriamoci ora nel tema forse più dolente: il sensore. Come sanno bene gli appassionati, il sensore della SD10 è un Foveon X3 da 3 megapixel, capace di generare immagini fino a 2268 x 1512 punti. La sua risoluzione teorica, è vero, si aggira sui 10 megapixel, utilizzando tre livelli sensibili per le diverse lunghezze d’onda: luce rossa, verde e blu. Sulla carta, questa tecnologia offre una grande definizione e un maggiore livello dinamico: in poche parole, una maggiore resa rispetto ai sensori convenzionali. Sfortunatamente, le prove effettuate non confermano del tutto la parte teorica. In molti scatti realizzati, si è notato una certa falsità nei colori e un’evidente assenza di nitidezza. Le foto si possono salvare nella fotocamera solo in formato RAW, per essere poi convertite in JPEG utilizzando il software fornito dalla Sigma. È strano che una fotocamera, professionale o no, non consenta la registrazione delle riprese nel formato di immagine più universale che esista, il JPEG. Una caratteristica peculiare che limita l’uso della SD10, dato che le foto non si possono comprimere velocemente per mandarle tramite posta elettronica ed è inconcepibile che in un qualsiasi cybercafé ci lascino istallare il nostro software. Non equivochiamoci: il formato RAW dovrebbe essere quasi obbligatorio nel mondo digitale, ma anche dovrebbe esserlo -se già non lo è- il JPEG. A livello di sensibilità, la SD10 dispone di un rango da 100 a 800 ISO, oltre che ad un livello massimo da 1600 ISO che la Sigma chiama “Modalità estesa”. Il livello del rumore è abbastanza basso e segue il modello del resto delle macchine SLR digitali del mercato, senza eccellere. Il bilanciamento del bianco, invece, funziona abbastanza efficacemente. Anche se, in alcune condizioni, non è del tutto vero. È il caso, per esempio, delle temperature di calore vicine ai 3200 gradi Kelvin. Bisogna, comunque, sottolineare l’assenza di moirè in qualsiasi circostanza, cosa della quale sempre la Foveon si è vantata e che possiamo confermare. Così come abbiamo potuto constatare anche un’apparente assenza di nitidezza nelle riprese. In effetti, in alcuni casi questa è tanto evidente che dà la sensazione che la ripresa sia messa a fuoco male. Questione di pratica o no, è sicuro che tutte le catture di immagini che questa analisi illustra sono state ritoccate (si legga il software de elaborazione RAW della Sigma) per la corrispondente correzione di nitidezza. X3 Fill Light, e luce fu Il software, responsabile comunque della conversione dei file da RAW in JPEG, permette di modificare vari parametri delle catture, dalla nitidezza fino alla correzione della luce. Una delle sue prestazioni più pubblicizzate è quella denominata X3 Fill Light, qualcosa come uno strumento di lavoro per modellare la luce fill in. Secondo la Sigma, la tecnologia X3 Fill Light permette di correggere separatamente le luci alte da quelle basse. A seguito delle prove realizzate, è fuori di dubbio che la sua resa è del tutto adeguata. Ma il fatto è che l’ultima versione di Adobe Photoshop, la CS, raggiunge questo obiettivo apparentemente con la stessa efficienza che il software Sigma, ma con qualsiasi tipo di file di immagine creato da qualsiasi tipo di sensore. Ritornando alla parte fisica della SD10, bisogna dire che utilizza schede CompactFlash per il salvataggio delle immagini, che possono essere scaricate sul computer mediante un collegamento Firewire o USB 1.1 (è un peccato che non disponga del USB 2.0). Incorpora, anche, una slitta a caldo per il collegamento di unità di flash esterno. Ad ognuno il suo mestiere, dicevamo nelle prime righe, ed adesso lo ripetiamo. Nonostante il suo innovativo sensore d’immagine, la SD10 non è -nemmeno lontanamente - la migliore creazione della Sigma fino a questo momento. La firma giapponese ha dimostrato anche che ciò che è suo sono gli obiettivi. * Le prove sulla SD10 si sono realizzate con un obiettivo Sigma 18-50 mm f3,5-5,6 DC. TESTO: Eduardo Parra FOTO: Núria Aguadé |
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