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lunedì 19 settembre 2005
![]() Il ritratto, la foto più personale (Parte I)Anche se genericamente parliamo di ritratto come se si trattasse invariabilmente della fotografia del viso di una persona, la sua essenza va molto più lontano. Un ritratto implica la partecipazione di molti elementi e la perfetta armonia di tutti quelli. Dall'attrezzatura da impiegare fino alla complicità del modello -professionale o occasionale-, dobbiamo prendere in considerazione che tutti i dettagli sono essenziali e che l'errore di uno solo può mandare in rovina il risultato finale. Se c'è un'immagine che trasmetta un sentimento, quella è un ritratto. Di Eduardo Parra
Ci sono molti tipi di ritratto. Ma è evidente che non è lo stesso un ritratto in studio con una top model e diverse migliaia di euro in attrezzatura dal ritratto del figlio appena nato nella culla dell’ospedale o quello dell’abitante tailandese del nostro ultimo viaggio.
La differenza tecnica tra uno e l’altro può essere abissale e, invece, è anche possibile che il ritratto di studio sia molto meno affascinante degli altri due. Questo è così perché gli elementi che intervengono in un ritratto stanno imbastiti tra loro, compensandosi reciprocamente. Così, una mancanza di illuminazione, per esempio, si può risolvere con una buona composizione; allo stesso modo, una buona attrezzeria non può competere con le moine di un bambino. Quello che tratteremo in queste righe possiamo chiamarlo ritratto semplice. Certamente, non è un nome molto tecnico, ma concorda abbastanza con la realtà. Alla maggior parte di noi già ci costa molto acquistare una fotocamera digitale accettabile per le nostre necessità, per cui chiedere uno studio e dei flash è qualcosa di poco meno che impossibile. Il ritratto semplice è quello che abbiamo a casa o nella strada, con un certo livello di improvvisazione e senza i mezzi idonei. Invece, non per quello otterremo peggiori risultati. Non sarebbe la prima volta che diciamo che quello che perdiamo da un lato lo guadagniamo dall’altro. E in questa occasione non è superfluo dire che l’importanza della fotografia è il fotografo. L’essenza del ritratto Oggi concepiremo il ritratto come la fotografia di un soggetto che va dal suo viso fino alla metà del petto, fino approssimativamente ad un palmo sopra l’ombelico. Evidentemente, questo non è una verità assoluta -una fotografia delle mani può anche considerarsi un ritratto-, ma è un buon punto di riferimento per cominciare. Prima di iniziare, dobbiamo avere, come dogma, un principio fisso: i ritratti, o sono preparati, oppure sono spontanei -anche se tutti accettano un grado di improvvisazione. Se pretendiamo di fare un ritratto serio -per chiamarlo così- avremo bisogno di un minimo di preparazione. In questo senso, sarà necessario assicurarsi che la modella abbia un viso che si adegui all’ottica con la quale vogliamo mettere a fuoco -in un senso metaforico- la nostra composizione. Con quello non pretendiamo di suggerire che sia necessariamente bella, ma che sia predisposta a passare -quanto meno- dei minuti davanti alla fotocamera. Il fotografo, invece, dovrà avere previamente scelto i punti di vista; conoscere lo scenario, le pose che si chiederanno e il materiale necessario, ecc. A nulla serve lamentarsi di non disporre di un riflettore argentato o lamentarci perché il nostro soggetto indossa un giubbotto di pelle per un ricordino di comunione, se non possiamo evitarlo. Il soggetto: centro di interesse Il principio di un ritratto di solito consiste nell’ubicare il soggetto. È conveniente impiegare sfondi non troppo appariscenti né caricati che possano distrarre l’attenzione -il soggetto è la cosa più importante- e, sé è possibile, collocarlo fuori dalla messa a fuoco. Se facciamo la ripresa in esterni è conveniente collocare il soggetto in modo tale che la luce del sole non incida direttamente sulla sua faccia. Un angolo di circa 45 gradi tra il sole e la modella può contribuire a creare delle ombre gradevoli sul suo viso. Un’illuminazione molto ripresa dall’alto, invece, può dare luogo a allargate e antiestetiche ombre sotto gli occhi e il mento. Risulta un esercizio anche interessante collocare il soggetto davanti al sole, restando così illuminati i bordi della silhouette a modo di fascio di luce. È imprescindibile, allora, riempire l’ombra del suo viso con un flash, dedicando, cioè, una speciale attenzione alle ombre create da accessori come occhiali e cappelli. In questo tipo di fotografie è anche rilevante la scelta dell’ora. Risulta raccomandabile realizzarle all’inizio o alla fine del giorno, quando la luce solare incide molto angolata rispetto al suolo e non genera ombre forti. Invece, è particolarmente raccomandabile scegliere giorni parzialmente nuvolosi, così potremo approfittare di un tipo di luce più omogenea e leggera. La posizione delle mani, delle braccia e del tronco del soggetto fotografato sono altri degli elementi preponderanti in un ritratto. Così come il punto di vista frontale non è il migliore per catturare un viso, un corpo alzato è lontano dall’essere la migliore postura per essere immortalato. Infatti, molte persone si sforzano di adottare una posa affascinante, ottenendo generalmente un risultato opposto a quello desiderato. Per ottenere una composizione esteticamente gradevole, è abbastanza utile suggerire alla modella che afferri un oggetto o che si appoggi a qualche luogo, potendo adottare così diverse posture che non risultino scomode o forzate. Invece, bisogna fare attenzione che questi elementi non interferiscano sul risultato finale della ripresa. La principale parte del ritratto si trova -nella maggior parte delle occasioni- nel viso del soggetto, dato che in quello si trovano una parte sostanziale delle espressioni corporali. Quindi, dobbiamo prendere in considerazione che la fotocamera e gli occhi del soggetto devono stare, per ottenere un ritratto standard, alla stessa altezza. Qualsiasi punto di vista diverso potrebbe implicare posture forzate che, in un principio, è preferibile evitare. Inoltre, dobbiamo prestare attenzione alla messa a fuoco. Anche se la normalità è non avere problemi di profondità di campo -soprattutto se impieghiamo piccole compatte digitali-, è possibile, anche se poco probabile, che la messa a fuoco si possa perdere leggermente, in particolare se utilizziamo focali lunghe. Per evitare che la profondità di campo si trasformi in un errore, la cosa migliore è mantenere il punto di messa a fuoco negli occhi del soggetto o, se non è di fronte, nell’occhio più vicino al nostro obiettivo. Eduardo Parra
* Fish-eye: si definisce l’obiettivo che può arrivare a coprire più di 150 gradi, con una profondità di campo quasi infinita. |
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