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lunedì 4 ottobre 2004
![]() Il tempo di otturazione: fino a 1/125 e oltreNon appena terminiamo di inaugurare una fotocamera digitale, molte volte ci stupiamo per l'impressionante varietà di opzioni che offre. È un salto enorme rispetto alle macchine fotografiche compatte a pellicola che, generalmente, limitavano le loro scelte nel fare la fotografia con o senza flash, e basta. Una di queste opzioni è il tempo di otturazione. Quando in un istante vogliamo catturare la realtà, non ci sono inconvenienti. Il problema appare quando la realtà dura più di un istante. Anche se lo chiedesse Groucho Marx il mondo non si fermerebbe. Di Eduardo Parra A questo punto, già sappiamo che l’otturatore è il dispositivo meccanico che determina il tempo di esposizione della pellicola o il CCD -nel caso delle fotocamere digitali-, alla luce. Questo tempo è dato dalla relazione tra la velocità di otturazione, il diaframma e la sensibilità della pellicola o il CCD. Dato che la quantità di luce per una stessa sensibilità è sempre uguale, un’apertura del diaframma maggiore implicherà un tempo di otturazione più rapido, e viceversa.
Può sembrare un'ovvietà, ma non è lo stesso una foto mossa che una con movimento. In poco tempo scopriamo che questi è un altro dei pilastri della fotografia. La cosa più normale per gli estranei è stupire con i massimi tempi di otturazione e dimenticare che prima di 1/125 secondi c’è anche una grande varietà di velocità. La modalità di priorità all’apertura permette alla fotocamera, come sappiamo, di selezionare un diaframma automaticamente per una velocità che noi determiniamo. È quello che useremo. Cominceremo dalla base che a ciascuna situazione corrisponde una velocità; in altre parole, che la velocità rapida per una cosa può essere lenta per un’altra (confrontiamo, se no, una pallottola con un pallone). Avendo ciò presente, non possiamo generalizzare i concetti di velocità lente e rapide, anche se per capirci possiamo dire che le velocità minori a 1/100 secondi cominciano a considerarsi lente, e le maggiori, rapide. Il movimento congelato si ottiene, evidentemente, con alti tempi di otturazione. Questa tecnica è così semplice come puntare e scattare, ma quello che si richiede è un poco di occhio fotografico per saperla impiegare. Ci servirà usare 1/4000 secondi per fotografare la Torre di Pisa perché -così speriamo- non c’è motivo per muoversi mentre scattiamo l’immagine. Questa modalità di scatto la riserviamo per catturare momenti speciali, che passano inosservati all’occhio umano a causa della sua estrema velocità, come può essere un uccello che vola o un palloncino che esplode. Se usassimo una velocità inadeguatamente bassa, otterremmo soltanto una macchia più o meno marcata e carente di particolare. È importante assicurarci un’illuminazione buona, poiché forzando la velocità della fotocamera avremo bisogno di diaframmi più aperti. Ciò può derivare da due problemi: che il nostro diaframma più aperto sia ancora troppo chiuso (e scatteremo un’immagine scura), o che avendo poca profondità di campo -a causa del diaframma- per fotografare un oggetto che si muove velocemente otteniamo una fotografia sfuocata. Muoviti, ma muoviti con ritmo Le velocità più basse della macchina fotografica, pur essendo le più sconosciute, sono quelle che offrono più possibilità creative. Sarà più raccomandabile fare affidamento su un treppiede o un monopodio per non subire movimenti; in altre parole, un’immagine che comunemente considereremmo mossa. Una delle immagini che possiamo catturare a bassa velocità è quella che colloquialmente chiamiamo scia. Sono molto utili quando vogliamo raffigurare il movimento di un oggetto in un’immagine fissa. Se ci limitiamo a congelare il movimento, è molto probabile incorrere nella tipica immagine nella quale il soggetto sembra fermo ed irreale, e perderemo tutta la magia. In questo tipo di immagini ci sono due possibilità. La prima è quella nella quale non ci interessa il soggetto che si muove, ma il suo movimento. È utile, per esempio, per fotografare il gruppo del giro ciclistico alla loro andatura per un momento caratteristico, dimenticandoci dei soggetti individuali. La seconda possibilità è quella di catturare un oggetto che ha un movimento proprio, ma che allo stesso tempo rimane statico. È il caso, per esempio, di una fonte -elemento statico-, con l’acqua che scorre. Quando utilizziamo questo metodo avremo bisogno di un punto fisso di riferimento che generalmente sarà lo sfondo, immobile, ma che può essere qualsiasi altra cosa: una persona, un edificio, o anche una parte del proprio soggetto. Sarà necessario, inoltre, come si è detto, utilizzare un supporto ed impiegare uno scatto a distanza -o il temporizzatore- per evitare movimenti della macchina fotografica. La scansione è l’ultimo uso del tempo di otturazione che andiamo a esaminare. Come il suo nome indica, si tratta di registrare una porzione di realtà con la fotocamera, captando un angolo maggiore di quello dell’obiettivo impiegato. Questo modo di lavorare è molto utile quando vogliamo dare una sensazione di movimento ma abbiamo bisogno di catturare i particolari del soggetto che si muove. È qualcosa così come invertire la realtà, lasciando fisso nella fotografia ciò che in realtà è in movimento e muovere ciò che è fermo. Il processo questa volta, sì che richiede un poco di peripezia e più di una foto fatta male. In realtà, la scansione non è più che seguire con la macchina fotografica il soggetto che si muove davanti a noi lasciando l’otturatore aperto. È anche raccomandabile l’uso del treppiede, anche se è certo che con un poco di pratica potremmo prescindere dal suo uso, dato che, anche se il tempo sia basso, c’è un movimento in arco della macchina fotografica che nasconderà un poco i movimenti. La cosa migliore per dominare questa tecnica -come spesso succede- è fare molta pratica, soprattutto nel mondo digitale, dove il lag (ritardo nello scatto) delle fotocamere è ampio e si rende necessario conoscere molto bene la macchina fotografica di ciascuno per sapere con certezza quando bisogna pressare il pulsante. Il processo è il seguente: il soggetto deve passare perpendicolarmente al nostro sguardo; se non fosse così, ci sarebbero problemi di dimensioni e l’immagine probabilmente si falserebbe. Quando questo si sarà avvicinato al punto dove pretendiamo di scattare, cominciamo a girare la fotocamera senza perdere il soggetto dal mirino. Arrivato al punto desiderato, scattiamo e immediatamente accompagniamo con la fotocamera il suo movimento. È importantissimo realizzare questo inseguimento un paio di secondi dalla chiusura dell’otturatore, per assicurarci che abbiamo conquistato tutto il movimento del soggetto e non ci siamo fermati a metà. Con tutto ciò, quello che avremo ottenuto -speriamo- sarà un soggetto immobile con il resto dell’immagine mossa. Eduardo Parra
Fotoreporter * Fish-eye: si dice l’obiettivo che può arrivare a coprire più di 150 gradi, con una profondità di campo quasi infinita.
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